Cio che si disegna non conta

Una cosa sorprendente che mi capita mentre disegno è la constatazione che alla fine un soggetto vale l’altro. Quando ci si pone di fronte a un modello, uno qualunque, con il proposito di disegnarlo, se si è un minimo allenati scattano una serie di meccanismi che ci pongono nello stato mentale fausto al disegno.

Il modello assume quella particolare importanza e “presenza” che lo rende il centro di una attenzione rilassata ed esclusiva e la mano comincia a correre quasi animata da volontà propria, tutto il resto dell’universo si tira indietro, il dialogo interno si placa e il tempo sembra fermarsi mentre noi ci ritroviamo a galleggiare in una gradevole capsula di benessere.

Tutto il processo assomiglia sorprendentemente, nelle modalità e nei risultati, a quello che si riscontra in certi tipi di meditazione, sia orientali che sviluppati in occidente ad esempio in certa tradizione cattolica.

Non bisogna dimenticare comunque che anche i processi analitici (che spesso purtroppo si trovano ad agire in antagonismo con le funzioni sintetiche) cominciano a scorrere in collaborazione armonica con il processo in cui ci si trova e questa, con il tempo, potrebbe diventare una abitudine che per osmosi potrebbe passare ad altri aspetti della nostra vita.

Praticare il disegno per questa via, in modo analogo a quello che succede ad esempio con la scrittura e anche con il teatro, potrebbe rivelarsi terapeutico.

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